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Web-anarchia e pulsione di morte

Gustav Klimt. Vita e morte

Gustav Klimt. Vita e morte

Al di là del principio di piacere

Nella sua ormai celebre intervista  a Concita De Gregorio, Laura Boldrini ha scoperchiato un nuovo vaso di Pandora. È saltato fuori di tutto e di più e con i tanti problemi sono arrivate anche molte critiche. La “questione” da lei (mal)posta e (mal) argomentata del “controllo del Web” ha suscitato, nonostante la simpatia di cui la presidente della Camera gode e la doverosa solidarietà per gli insulti e le minacce da lei subiti in rete, vivaci quanto motivate ed argomentate proteste da parte di chi di comunicazione e di Web se ne intende e da tempo (cito qui solo @asinomorto ,  Galatea , Fabio Chiusi , Alessandro Gilioli ,  Guido Scorza , Massimo Mantellini , Vittorio  Zambardino ,  Arianna Ciccone )  Tutti hanno espresso critiche convincenti e quelle di Zambardino e di Arianna Ciccone mi sembrano le più esaustive.  Perché allora aggiungere qualcosa? a maggior ragione non essendo io esperto nè di comunicazione (almeno non di quella “normale”) né di Internet. Forse perché dal vaso è emerso anche un “dono”, certo vecchio quanto l’umanità,  sul quale mi sembra valga la pena di riflettere ancora. La pulsione di morte. Le solite fissazioni da psichiatra e psicoterapeuta? Forse, però….

Non mi soffermo sull’intreccio, per non dire sulla confusione dei contenuti dell’intervista della Presidente della Camera: violenza sulle donne – che è secondo me, insieme alla violazione della sua privacy, il vero movente dell’intervista – sessismo, razzismo, clima di intolleranza e di insulti in rete, necessità di maggiori controlli, etc. Era obiettivamente troppo e troppo eterogeneo per dar luogo a riflessioni lucide e serene. Va d’altro canto riconosciuto che la volgarità e la violenza degli insulti e delle minacce raggiungono contro le donne livelli infimi e, credo senza sessismi,  non paragonabili a quelle contro i maschi.

Rilevo piuttosto che nell’intervista o quantomeno nella percezione della stessa si sono sovrapposti e confusi diversi livelli di aggressività/violenza riferita al Web

Il consenziente mondo dei soliti noti

L’intervistata della Presidente Boldrini è giunta dopo le riflessioni sulla presunta influenza di Twitter sull’eleziome del capo dello Stato. In concomitanza con la decisione di Mentana di uscire da Twitter, in parallelo alle lamentele di personaggi molto conosciuti (da PG Battista a Saviano!) sulla presunta ondata di maleducazione nella rete e nei social network in particolare. La reazione dei social media non si è fatta attendere. Ai VIP è stato rimproverato di essere televisivamente (troppo) abituati al narcisistico applauso e (troppo) poco alla dolorosa ma necessaria critica. Le lamentele e/o reprimende dei soliti noti sulla maleducazione di Internet sono state percepite come una sorta di intromissione da parte degli stessi nella dinamica autoregolantesi della rete – o almeno presunta tale, secondo i due principi espressi da Mantellini: tolleranza e filtro –  a discapito dei “veri” internauti quotidiani, sconosciuti – ma non anonimi – artefici della rete. Anche l’intervento della Boldrini è stato dunque a torto o ragione avvertito come intromissione autoritaria e dunque violenta – con interessi anche personali –  in una dinamica web giudicata invece democratica ed antiautoritaria. Cito da @asinomorto  “Non è forse violenza quel sottile fastidio del potere quando non vuoi stare al tuo posto ?… Non è forse violenza, la sottile arroganza di aver capito tutto, che il mondo è così come lo immaginiamo noi, noi che siamo popolari, conosciuti, che abbiamo avuto successo in qualche ambito e che quindi crediamo di avere successo in *tutti* gli ambiti ?” E Galatea con la leggiadra ed insieme caustica ironia che la contraddistingue aggiunge “basta che finisca lui preso di mira da un gruppo di troll, o che hacker più svegli di lui rendano pubblico qualche dato sensibile suo o dei suoi familiari. Immediatamente il Libertario della Rete scende in campo armato di forconi, chiedendo la testa dei colpevoli, minacciando querele a mezzo mondo, invocando le leggi marziali. Perché è un convinto libertario del web, ma è pur sempre umano, eh”.

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L’arrabbiata società italiana

L’atmosfera sociale e politica italiana è caratterizzata, se siamo onesti da  sempre   ed ancor più nell’ultimo ventennio, da un clima di scontro di ineguagliabile violenza. I numerosissimi appelli alla moderazione stanno a testimoniare, come grida manzoniane, proprio il fatto che le parole sono state e continuano ad essere utilizzate come pietre. Tale linguaggio offensivo, volgare, aggressivo, cinico, spesso violento è al tempo stesso specchio e volano di una società profondamente segnata da una rabbia talora manifesta talaltra latente e passiva ma non per questo meno incisiva ed inibente. Si potrebbe parlare dell’Italia come di una società  passivo-aggressiva  . La recente crisi economica ha, se possibile, accentuato ed esasperato i toni della rabbia.  Ne è un ottimo spaccato il bel libro “Io vi maledico” di Concita de Gregorio, l’intervistatrice per l’appunto della presidente Boldrini. Un intero partito, sorry, movimento politico, che ha alle proprie spalle il vaffaday come momento formativo , ha  fatto della rabbia il proprio segno distintivo. E si potrebbe continuare con le contumelie al bar, in televisione, in Parlamento. È quantomeno singolare che la rabbia accettata ed anzi spesso esaltata nel “paese reale” come momento di indignazione e di resistenza verso le tante caste venga poi percepita come inaccettabile quando approda e si diffonde sul Web. Personalmente rifuggo, con una sorta di riflesso condizionato – fin troppo condizionato per non essere anche un po’ nevrotico – dagli scontri verbali (troppo) accesi e dall’insulto e non a caso l’offesa che mi ha più ferito su Twitter è stata quella di “maleducato”. Ma, ripeto, immaginarsi un Twitter italiano all’insegna del Gentlemen’s Agreement  in una società italiana segnata dall’insulto, dall’ offesa gratuita e dallla violenza è obiettivamente o  ingenuo o velleitario.

Il livello personale (antropologico – vabbè…) della pulsione di morte

Arrivo finalmente alla pulsione di morte, partendo naturalmente dall’hate speech, cui il Post ha dedicato un documentatissimo articolo   Molti commentatori rilevano giustamente che il problema è vecchio quanto il Web. Arianna Ciccone ” l’odio sul Web non sta peggiorando, è nato con il Web. C’è da sempre, perché il Web è un fenomeno umano.” Zambardino ancora più icastico “Avete scoperto che nella rete c’è la violenza verbale? Benvenuti nel club, di noi che la subiamo da vent’anni ma quello che state notando  è solo che la mareggiata che cambia il mondo vi bagna i vestiti. È spiacevole per voi e per gli abiti ma non è il centro del problema”.

Tutto vero certo ma siamo sicuri che la mareggiata cambierà il mondo e soprattutto che si autoregoli? Mantellini sostiene ottimista che “Internet educa chi la frequenta a tollerare gli imbecilli e ci fornisce gli strumenti per filtrare i contenuti che ci interessano-compresi gli imbecilli”.  Zambardino si domanda più criticamente “battaglia culturale? Cosa intendiamo per battaglia culturale? Che bisogna combattere contro i grandi centri di avvelenamento e contro le abitudini del piccolo utente in preda a furore che usa “psiconano” (perchè gli insulti valgono anche quando sono rivolti al nemico vero?)” e prosegue “E questa battaglia come vogliamo farla? Non è la libertà l’unico modo di farla? La libertà di esprimersi: perché scusate, non è che l’umanità sia diventata uno schifo dal giorno alla mattina. È che prima non poteva esporre le sue budella. Ora può. Nascondiamo le budella o proviamo a spostare il ragionamento verso il cervello?”

Egon Schiele, Morte e ragazza (1915-1916) Vienna, Osterreichische Galerie

Egon Schiele, Morte e ragazza (1915-1916) Vienna, Osterreichische Galerie

Figuriamoci se sono io ad oppormi ma Freud ci ha insegnato più di cent’anni fa che il nostro cervello puzza terribilmente di budella – e di genitali (Vabbè si sapeva già prima, lui ha reso la cosa un po’ più scientifica, anche se – gli rimproverano – non più di tanto). E dunque sanno un po’ di budella e di genitali anche il Web e anche quella cultura digitale che si presenta come la più astratta e sofisticata, quasi algida, sublimazione del piacere razionale. La nuova utopia che, cadute ormai le fedi e le ideologie, rappresenta la nuova frontiera globale capace di portare, con una nuova conoscenza diffusa, la liberazione. Ma è davvero processo così automatico e razionale ? Come si sa Freud, dopo aver sostenuto a lungo che l’unico impulso che in forme più o meno dirette agisce in noi era eros, il principio di piacere, riconobbe nel 1920 nel suo “Al di là del principio di piacere” che anche la pulsione di morte (thanathos) fosse necessaria per spiegare la dinamica dei processi psicologici e sociali. Freud stesso riconosce di aver ripreso il concetto dal filosofo della magna grecia Empedocle che parla proprio di Neikos (odio, discordia). Scrive Freud “I due principi fondamentali di Empedocle – philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio) – sia per il nome che per la funzione che assolvono, sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione.» [S. Freud, Analisi terminabile e interminabile] La pulsione di morte, che si può manifestare verso stessi  (autoaggeessione, regressione) e verso gli altri (distruzione), mira a riportare la vita alla condizione inorganica della morte. Freud interpreta anche la coazione a ripetere, la tendenza cioè a ripetere ritualmente e/o ossessivamente gesti, pensieri ed azioni, come un segno della pulsione di morte (e non conosceva ancora i Troll!). Anche se la pulsione di morte può avere effetti positivi, riconoscerla come impulso è ammettere che una “demoniaca” irrefrenabile ripetizione  (errare humanum est, perseverare diabolicum) sia dentro di noi e che la determinazione cui siamo soggetti sia ancora maggiore di quanto supposto inizialmente dallo stesso Freud. Non solo un principio vitale/vitalistico ci determina, ma anche uno distruttivo, contro cui poco (o nulla) possiamo. È un grave colpo per la stessa psicanalisi e per le sue pretese di poter tutto analizzare e tutto guarire. È anche la legittimazione “biologica” di una forza distruttiva individuale e sociale, di una sorta di entropia personale e collettiva, che ha provocato non pochi scontri a Freud con i suoi allievi.

Tornando al Web credo allora che analoga ammissione sia doverosa in rete. Anche qui penso sia necessario andare al di là del principio di piacere (razionale), tale per cui in rete tutto si genera spontaneamente e volge al meglio. Sappiamo tutti (vabbè, a parte Mentana, PG Battista, Saviano…) che Internet, i social media non sono affatto una fogna, la sentina di tutti i mali  etc etc e che la colpa non è ovviamente di TW (nè di Civati). Il Web è parte e riflesso del nostro animo e della nostra società. Ma per lo stesso motivo  il Web non è neanche migliore di noi, nè un non meglio precisato principio vitale o razionale gli consente di autoregolarsi al meglio conducendolo – e noi con lui – a divenire il “migliore dei mondi possibile”. Anche il Web lasciato a sè stesso è soggetto all’entropia ed alla pulsione di morte. Se migliora e facendolo ci aiuta (forse) a migliorarci è perché tanti sconosciuti, più o meno anonimi, internauti ingaggiano ogni giorno una libera battaglia culturale contro l’entropia e, grazie anche alla straordinaria forza catalizzante della rete e in particolare dei social media, riescono a contagiarla in modo innovativo, produttivo, generativo. Non basta (più) credere al potere taumaturgico del Web, bisogna agire per favorire in piena libertà una informata, corretta e consapevole partecipazione digitale di lungo respiro. Decisiva in questo senso mi sembra l’opera dei civic   media  di cui Luca De Biase  e la fondazione Ahref sono tra i conoscitori e sostenitori più intelligenti ed appassionati. Per realizzare quella “prospettiva dotata di un senso empirico e teorico, pratico e visionario” di cui parla De Biase in cui ” l’utopia della liberazione si avvicini alla concretezza dell’azione” è necessaria  con l’appassionata speranza dell’utopia anche la matura consapevolezza dei limiti dell’umana rete.

 

Giuliano Castigliego