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Al posto del padre

Riflessioni sull’aggressività della società italiana e sulla sua presunta incapacità di uccidere metaforicamente il padre.

È proprio vero, come ha brillantemente sostenuto tempo fa  Ricolfi, che gli italiani sono incapaci, nella politica e nella società, di uccidere metaforicamente (secondo il concetto freudiano) il padre ed incorrono in una generalizzata sindrome del principe Carlo tale per cui gli aspiranti capi rimangono in eterno tali, come appunto il principe di Galles ?

Faccio brevemente scorrere la storia repubblicana e, chiedendo venia per dimenticanze e semplificazioni, parto da un’ uccisione del padre, certo tiranno, ma comunque retoricamente sempre padre: la fucilazione di Mussolini, seguita dall’oltraggio al suo cadavere.  Erano tempi di guerra, dunque eccezionali, è vero. Tralasciando l’attentato a Togliatti, risalgo rapidamente gli anni 50′ e 60′, rilevando che il primo padre metaforicamente ucciso, dunque sostituito con successo in modo regolare, fu De Gasperi. Negli anni ’60, dopo i pericoli del governo Tambroni, si aprì una nuova fase politica, quella del centro-sinistra. Ma già gli anni settanta vengono profondamente e drammaticamente segnati dal terrorismo rosso e nero e all’alba di una nuova stagione politica, quella del compromesso storico tra DC e PCI, un nuovo parricidio sopravviene e ne segna il precoce epilogo. L’on. Aldo Moro, che della nuova fase era stato l’artefice, viene giustiziato dalle Brigate Rosse, un omicidio che  continuerà  drammaticamente a pesare anche sulla successiva fase socio-politica, segnata dal riflusso. Dopo che i cosiddetti laici riescono a scalzare il premierato alla balena bianca ed un nuovo rapporto di potere tra i partiti politici si è ormai instaurato con l’ascesa del partito socialista di Craxi, quest’ultimo viene travolto da tangentopoli. Qui il parricidio prende la molteplice forma dell’oltraggio (le monetine davanti al Raphael), della fuga all’estero dell’interessato e della sua condanna in contumacia, salvo consueto italico postumo pentimento e successiva riabilitazione. Mentre Berlusconi organizza poi managerialmente in Forza Italia quello che rimaneva della D.C. in senso populista e liberista (?), nasce per la prima volta, tra non poche fatiche, lo schieramento di centro-sinistra dell’Ulivo. La speranza di un raggruppamento unitario, innovatore e progressista dura però lo spazio di un governo (il primo Prodi) e muore con il velleitarismo massimalista e con le risse del secondo governo Prodi. Berlusconi rivince e con lui il berlusconismo. Alla fine del (molto più tragico che comico) ventennio berlusconiano, la transizione, ancora una volta anomala, prende le sembianze di un di tutore tecnico, una sorta di severo zio inglese, dall’ironia non proprio contagiosa, Monti appunto, che viene chiamato a mettere ordine nel patrimonio di famiglia italiano perché non si arrivi alla sua completa dilapidazione, della quale fino al giorno prima peraltro nessuno sembrava essersi accorto.

Certo le argomentazioni di Ricolfi sul blocco, anzi sull’assoluta paralisi nel ricambio di un’intera generazione politica, istituzionale ma anche aziendale e sociale sono indubbie e sotto gli occhi di tutti. Basti pensare alla ricandidatura di Berlusconi (che va al di là di ogni pur fantasiosamente italiana immaginazione), al travaglio (per usare un eufemismo ostetrico) del PD, all’età dei membri del governo e delle principali cariche istituzionali. Il Presidente Napolitano con la sua esemplare correttezza, il suo equilibrato senso di responsabilità e la sua intelligente azione istituzionale  rappresenta forse il miglior esempio  della vecchia guardia. Ma dov’è la nuova? Non la si vede, o meglio la si sente scalpitare più o meno intelligentemente nelle retrovie ma raramente giunge a posti di comando. Significativo è a questo riguardo il fatto che mentre in altri paesi, ad es. in Germania, i leader della protesta 68esca hanno ricoperto importanti incarichi nel governo socialista,  in Italia molti intellettuali della vecchia estrema sinistra sono andati al potere con Berlusconi.

Come si conciliano allora i reiterati parricidi purtroppo spesso tutt’altro che metaforici presenti nella breve storia repubblicana con l’evidente incapacità di ricambio che attualmente affligge la politica e la società italiana? Conviene a questo punto rileggere Freud.

Come è noto, in Totem e Tabù, Freud, ipotizza che all’origine della società vi sia proprio l’uccisione del padre dell’orda primitiva da parte dei figli, da lui banditi dall’orda stessa. Il motivo del conflitto, ad esito letale, tra padre e figli, è appunto il desiderio incestuoso di questi ultimi verso le donne del padre, nonché loro madri. È così che “un giorno, i fratelli scacciati si sono riuniti, hanno ucciso e mangiato il padre, ponendo fine all’orda paterna. Una volta riuniti si sono fatti audaci e sono stati in grado di realizzare ciò che ciascuno di loro, isolatamente, sarebbe stato incapace di fare. (corsivo mio). … Il violento progenitore costituiva certamente il modello invidiato e temuto di ciascuno dei membri di questa associazione fraterna. Essi realizzavano, con l’atto del pasto, la loro identificazione con lui, ciascuno si appropriava di parte della sua forza…Essi odiavano il padre, che, con tanta violenza, si opponeva ai loro desideri ed alle loro esigenze sessuali, e tuttavia l’amavano e l’ammiravano. Dopo averlo eliminato, dopo aver placato il loro odio e realizzato la loro identificazione con lui, essi dovettero dal sfogo agli impulsi affettuosi che erano stati sopraffatti. Lo fecero sotto forma di pentimento; provavano un senso di colpa che in questo caso coincide col rimorso sentito collettivamente. … Ciò che prima il padre aveva impedito con la sua presenza, i figli ora se lo proibivano da soli, nella situazione psichica nota in psicoanalisi come “ubbidienza postuma”. Essi rinnegarono la loro azione, proibendo la uccisione del totem, sostituto del padre, e rinunciarono a goderne i frutti, rifiutando di aver rapporti sessuali con le donne che ora erano libere. Così il rimorso filiale ha generato i due tabù fondamentali del totemismo che coincidono perciò con i due desideri rimossi del complesso di Edipo. … I due tabù coi quali comincia la morale umana” (Freud S., Totem e tabù, tit. orig. Totem und Tabu. Über einige Übereinstimmungen im Seelenleben der Wilden und der Neurotiker, Heller, Leipzig-Wien, 1913, tr. It. Newton Compton Ed, 5 Ed, 2011, pagg. 137-139). Così nasce per Freud dalla natura la cultura.

Nonostante il salto culturale, sentimenti contraddittori e dunque impulsi anche aggressivi verso il padre continuano ad albergare dentro di noi, come ci rivelano gli sguardi e  le parole fulminanti, che, insieme ai gesti d’affetto, abbiamo lanciato ai nostri padri e che riceviamo dai nostri figli adolescenti. Ce lo ricorda, se ce ne fosse bisogno, Dostojevski, conoscitore come pochi dell’animo umano, che mette in bocca ad Ivan Karamazov  la  drammatica domanda ” Chi non desidera la morte di suo padre?”. Anche con questi impulsi dobbiamo far i conti se vogliamo diventar adulti, anzi non possiamo divenire liberi ed autonomi, dunque noi stessi, senza uccidere metaforicamente ancora una volta il nostro padre.

Ma torniamo a Freud. Il padre della psicanalisi sostiene che è proprio dalla tabuizzazione del primo omicidio del padre – e degli impulsi incestuosi che l’avevano generato – che nasce la cultura. Successivi omicidi reali non vengono più tollerati, pena la ricaduta nel caos dell’orda primitiva. Il passaggio di potere della società civile può dunque avvenire solo tramite un parricidio metaforico, le cui regole sono socialmente definite e concordate. Nella ricostruzione freudiana inoltre l’uccisione del padre, motivata dal desiderio incestuoso, si può realizzare solo perché i fratelli superano la loro rivalità e si coalizzano tra loro per portare a termine il loro intento, altrimenti destinato a rimanere impossibile.

Se trasportiamo queste considerazioni alla realtà italiana non possiamo non rilevare almeno due peculiari caratteristiche della stessa, strettamente correlate tra loro. Da un lato l’elevato grado di aggressività della vita politica, caratterizzata non solo da concezioni assai rigide, moraliste, manicheiste e massimaliste, ma anche da linguaggi e comportamenti estremamente violenti fino ad arrivare ai parricidi prima citati, per non parlare degli atti terroristici, a lungo considerati come una sorta di prosecuzione o addirittura realizzazione dell’azione politica stessa. Dall’altro colpisce l’incapacità di mettere freno a tale aggressività tramite alleanze e collaborazioni capaci di superare la rissa tra singoli e fazioni e di sublimare la rabbia in un progetto comune di più lungo respiro e di più vasto orizzonte, per cui nel nostro paese l’aggressività, anziché assumere valenza positiva e  trasformativa del reale, mantiene fondamentalmente un carattere negativo e distruttivo.

Nel suo insieme mi sembra allora si possa scorgere nella storia socio-politica italiana, certo semplificando, una dinamica altalenante dell’aggressività tale da dar vita ad un sistema che, per rimanere in ambito psichiatrico e psicodinamico, potremmo indicare come passivo-aggressivo.

L’aggressività è infatti talmente elevata, distruttiva e così poco elaborata e gestibile da suscitare più o meno consciamente l’angoscia che la sua esplosione possa riportare la società sul baratro della lotta di tutti contro tutti (la condizione di strisciante terrore in cui abbiamo vissuto negli anni 70 ne è stata un esempio sintomatico). L’aggressività viene allora per lo più repressa, rimossa, cancellata dalla coscienza collettiva come se non ci fosse, se non fosse mai esistita e ricoperta da più o meno consapevoli, consolanti ( e mistificanti) razionalizzazioni incentrate di volta in volta sull’armonia familiare e collettiva, la concordia e/o l’orgoglio nazionale, la solidarietà con i ceti più deboli, l’innovazione tecnologica etc. etc.  L’aggressività può inoltre essere utilmente deviata verso la coltivazione più o meno manifesta di istinti libidici (sesso e soldi, cui il Berlusconismo ha dato rinnovate e fantasiose forme) con cui soprattutto i maschi italiani possono facilmente identificarsi. O repressa a lode e gloria dell’Amore celeste. In questa idillica pseudo-armonia non sono tollerati scontri e conflitti aperti e dichiarati. Tutto è all’insegna di un apparentemente beato ordine di cui gli anziani, in qualità di saggi tutori, si fanno garanti. Basta accettarlo e tutti possono salire sulla giostra, a patto di rispettare i turni, invero un po’ lenti e molto arbitrari, perché decisi appunto dagli stessi tutori, che dopo aver fatto lunga e faticosa gavetta, si sono impadroniti della giostra e non pensano neanche lontanamente di mollarla. Sono anzi sinceramente convinti che se lo facessero, tutto andrebbe in pezzi. In quest’atmosfera si realizza quella cooptazione di cui parla Ricolfi, nella politica, nel mondo imprenditoriale e produttivo, nella società, in famiglia. Qualsiasi cambiamento, soprattutto se non preventivamente concordato (dai sindacati, dalle associazioni di categorie, dai circoli di quartiere e  di condominio,  dagli amici e dai parenti, per non parlar di genitori e membri della famiglia), viene percepito come un attacco al sistema (ed al legame). Tutto è ritualità finalizzata al consenso, a sua volta finalizzato al mantenimento omeostatico del sistema. Tutto è apparentemente accettato, deglutito, ingoiato con una rassegnazione che sfiora il masochismo. Dagli arbîtri dei potenti, ai privilegi delle tante caste, dall’irrazionalità della burocrazia, ai disservizi, alle prepotenze ed alle umiliazioni sul lavoro ed in famiglia. L’aggressività viene sì minacciata, ma al solo scopo che nulla cambi. Incombe nell’aria appunto come una minaccia, più o meno drammatizzata (dai fucili padani di Bossi alle azioni di protesta selvaggia). Fino a quando la musica della giostra viene lacerata da un grido, una sirena, uno schianto, un boato, un lamento. La rabbia che da sempre covava sotto la cenere esplode. Improvvisamente gli animi s’accendono, le parole diventano pietre e talvolta proiettili. Le armi però sono sempre state in salotto, sotto il divano con sedili reclinabili, comprato magari a rate. Non è solo la rabbia delle donne, stanche di essere trattate e di farsi trattare come articoli da regalo o prestazioni da pronto soccorso, il grido dei carcerati pestati, suicidatisi o uccisi, l’insofferenza degli extracomunitari sfruttati, la disperazione  di imprenditori ed operai che non riescono a tirare avanti, la delusione di tanti giovani traditi nelle loro speranze di lavoro e di vita. Ma è anche la violenza, tollerata e appunto rimossa, negata nonostante l’evidenza,  di troppe famiglie, gruppi, organizzazioni ed istituzioni. È la violenza inqualificabile della polizia alla Diaz ma anche quella dei NoTav,  delle carceri  assassine e delle caserme bulliste ma anche delle proteste che hanno devastato Roma. L’aggressività faziosa di politici che urlano insulti non avendo idee, l’arroganza di giudici che si ritengono intoccabili, la vicendevole scomposta diffamazione dei professionisti, l’intransigenza giacobina di giornalisti schierati a prescindere, gli insulti e le offese nei contatti personali e nei social media.

Non è certo osservazione nuova né originale, i migliori scrittori, registi ed artisti italiani del dopo-guerra hanno svelato e descritto questi due volti italiani, quello pacioso, passivo, rassegnato, a volte comico, ironico, più spesso cinico e sarcastico e quello aggressivo, rabbioso, distruttivo e violento. Svariate analisi li hanno più scientificamente rilevati. Ma fin quando ciascuno di noi non riuscirà fino in fondo ad accettare queste due parti e ad amalgamarle tra di loro in una personale lega anziché viverle separatamente a giorni alterni come il Dr. Jekyll e Mr. Hyde, continueremo, nell’altalena di passività ed aggressività, ad uccidere poco metaforicamente i nostri padri per richiamarli poi in vita come spettri, anziché sostituirli e prendere con coraggio e responsabilità il loro posto.

Giuliano Castigliego