nav-left cat-right
cat-right

Suicidi “economici”

Per una di quelle strane coincidenze della vita che ne testimoniano al tempo stesso la tragicità e la ricchezza ho visto comparire sullo schermo del mio telefonino questi due tweet contemporaneamente:

“Ti prego non mi far scegliere….se dovessi buttarne giù uno (tra Tasso e Ariosto ndr) dalla torre preferirei suicidarmi”.

“Donna suicida dopo taglio pensione reversibilità”.

Poco dopo compariva anche il tweet che dava conto della dichiarazione di Di Pietro, insuperato maestro di sensibilità e finezza:

“Monti ha sulla coscienza i suicidi di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese”

In un altro tweet la notizia “Crisi: Cgia, suicidi per motivi economici cresciuti del 24,6%” veniva utilizzata come richiamo per invitare a partecipare “al dibattito su economia, crisi e futuro http…” in cui peraltro non si parlava affatto di suicidi e si ometteva di riferire che il citato aumento di suicidi per motivi economici era riferito al periodo 2008-2010!

Numerosissime poi su twitter come su tutti i media le notizie sui singoli suicidi di pensionati, imprenditori e pensionati interpretati per lo più come segni di una “crisi (che) scuote drammaticamente l’equilibrio psichico della nazione”.

Sono stato molto preso dal tema tanto da intestardirmi a ricercarne un filo rosso ma mi sembra di aver rinvenuto solo domande e piccole tessere di un mosaico incompiuto.

Cerco di riflettere sulla visione culturale e sui processi psichici che tali notizie sembrano far affiorare. Da un lato l’attenzione prestata dai media ai suicidi “per motivi economici” è quanto mai meritevole, a maggior ragione in un momento in cui presi dalle cifre della crisi e dai paragrafi delle nuove norme sul lavoro rischiamo di dimenticare gli uomini e le donne di carne e di sangue che ne patiscono le conseguenze. D’altro canto la diffusione delle notizie di suicidio sui media tradizionali ed ancor più sui social media suscita interrogativi e riflessioni. I giornalisti sono certo ben consapevoli del contagio emotivo e dunque del potenziale effetto imitativo delle notizie di suicidio (denominato effetto Werther proprio a causa dell’onda di suicidi registrata in tutta Europa dopo la pubblicazione dell’opera di Goethe “I dolori del giovane Werther” in cui il protagonista si suicida a causa di un amore infelice). La legge italiana sulla stampa all’articolo 15 pone in tali casi limiti al diritto di informazione in vista appunto della tutela della salute, limiti che valgono anche per la televisione. Ma i blogger e gli users di social media sono altrettanto informati e preparati? Non sono a conoscenza di norme specifiche per i social media in Italia ma immagino che negli USA il tema sia già stato soggetto a dibattito e magari a regolamentazione.

Molto perplesso mi lascia poi un’altra domanda: com’é possibile stabilire che una certa percentuale di suicidi sia avvenuta per motivi economici? È tragicamente fin troppo evidente che in nessun caso di suicidio, anche in quelli in cui la persona abbia lasciato qualche riga di addio, è mai possibile individuare con precisione le cause del gesto cui contribuiscono generalmente molteplici fattori sociali e/o psicopatologici. Diventa poi quasi macabro notare che nella statistica citata della CGIA -Associazione Artigiani Piccole Imprese Mestre, dunque, con tutto il rispetto, non proprio un istituto scientifico – basata a sua volta su dati Istat, a fronte di un’improbabile sicurezza nell’accertamento delle cause non sia invece possibile risalire ad uno dei pochi dati certi, la professione delle persone suicidatesi.

Ma la riflessione sui motivi del gesto suicidiario conduce ad un ulteriore aspetto che la dichiarazione di Di Pietro nella sua radicale semplificazione evidenzia come una cartina di tornasole. In tale visione sembra agire l’assunto: gravi difficoltà finanziarie inducono le persone alla disperazione e dunque al gesto estremo del suicidio. Nessuno naturalmente vuole contestare l’influenza negativa delle difficoltà finanziarie sulla psiche né l’utilità di misure politiche e finanziarie per alleviare le sofferenze economiche di lavoratori ed imprenditori. Ma nel meccanicistico assunto sopra citato sembrano non trovar spazio né il disturbo psichico né la libertà. Tra l’incertezza finanziaria e la morte volontaria vi è infatti un più o meno breve ma sempre drammatico sviluppo depressivo, corredato o meno da altri disturbi psichici, che almeno talvolta può essere intercettato ed efficacemente combattuto da medici di base, psichiatri e psicoterapeuti, oltre che da familiari ed amici. Forse varrebbe la pena di specificare meglio anche l’articolazione di un possibile sostegno dei soggetti a rischio che va dagli aiuti finanziari (di tante benemerite cooperative ed istituzioni), al supporto affettivo, alla terapia farmacologica, psicologica fino nei casi più gravi al ricovero ospedaliero. La rassegnazione alla disperazione anche nei casi più tragici non è, a mio avviso, mai obbligata, a maggior ragione in un paese come il nostro che può ancora contare su significative reti familiari e sociali, è impregnato, nel bene e nel male, di una cultura fortemente avversa al suicidio e che presenta anche per questo motivo un tasso basso di suicidi se paragonato con i paesi centro- e nordeuropei.

Ma qui si apre l’altro ancor più spinoso tema quello cioè della libera volontà del suicida. La questione, in passato espressa dal concetto del “suicidio razionale” é divenuta ancor più attuale sulla scorta del dibattito sulla liceità di definire il proprio fine vita. Ma di tale liceità vanno pure definiti i limiti. Per i sostenitori del testamento biologico, me incluso, é legittimo che ogni cittadino abbia la possibilità di determinare il proprio fine vita nel caso in cui la sua esistenza sia gravata da malattie obiettivamente incurabili e soggettivamente insopportabili – peraltro a condizione sottolineo io veementemente – che la sua coscienza sia libera e non influenzata da malattie psichiche quali ad es. la depressione (vd. anche Lettera al Prof. Massarenti.) Ma le condizioni d’indigenza e di dipendenza economica sono ovviamente tutt’altra cosa rispetto ad una malattia. Esse sono, almeno in linea teorica, reversibili e possono essere comunque combattute. Vale inoltre la pena di domandarsi fino a che punto condizionano ed alterano la sua coscienza riducendone la capacità di valutazione critica e dunque lo spettro delle possibilità d’azione? Esiste un suicidio “razionale” o é piuttosto la presunta fredda razionalità quello che rimane di affetti troppo a lungo coartati ? Certo ognuno di noi ha come ultima sua scelta quella di morte. Una scelta che proviene dalla nostra libertà e che, indipendentemente dalle nostre personali convinzioni etiche e religiose, va rispettata. La speranza di ognuno di noi è però, credo, di non doversi mai trovare in un simile dilemma. E se vi dovessimo entrare di aver la forza di chiedere aiuto per uscirne.

Anche per questo forse é importante parlare di suicidio, senza proclami, etichette precostituite, manipolazioni e facili giudizi.

Giuliano Castigliego