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L’uomo inquieto

Labirinto, Cattedrale di Lucca

Labirinto, Cattedrale di Lucca

Cos’è l’inquietudine?  Verrebbe da dire che la conosciamo fin troppo bene per doverla definire. Vivendo ne scopriamo però aspetti sempre nuovi, quasi che si declinasse in forme diverse con l’incedere dell’età. Anzi la sua natura sembra rivelarsi al meglio con il passare del tempo. È almeno l’ esperienza – invero banale – delle mie recenti vacanze.

Ma certo l’inquietudine è prima ancora sentimento costitutivo dell’animo umano, una lacerante preoccupazione che si è insinuata in noi da quando esistiamo e da allora non ci dà tregua. In questo senso è parente stretta della “Cura” latina quella che, come ci racconta Harrison nel suo splendido ” Giardini  “, ha modellato dal fango noi uomini.

Narra infatti il mito, che “mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso. Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio nome. Mentre Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato il proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, il Tempo, a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: “Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo custodisca la cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è stato tratto da humus [Il mito di cura, Higynus. Liber Fabularum. II sec. d.C.]

Ma è la stessa “cura”  – ci racconta ancora Harrison – che induce Ulisse,  a lasciare, anche se non senza tentennamenti, il facile piacere di Circe per far ritorno alla sua petrosa Itaca ed ad una Penelope, che risulta difficile, nonostante il tradizionale stereotipo, immaginare paziente. In quanto uomini, portiamo dentro di noi, questo lacerante affanno che gli altri animali sembrano non conoscere. Il pastore errante dell’Asia di  Leopardi invidia la greggia “perchè giammai tedio non provi” e le chiede

“O greggia mia….

Dimmi: perchè giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”

Se per Agostino, che di inquietudine doveva intendersene,  il nostro cuore può trovare pace solo in Dio (“inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” Confessioni, libro I, Agostino) Freud, per spiegare l’impulso a ripetere ciecamente i nostri comportamenti così come la complessità e la contradditorietà degli stessi và “Al di là del principio di piacere” e vi pone accanto la Distruzione, il principio di una pulsione autodistruttiva che tende a far tornare il vivente a una forma d’esistenza inorganica.  Non credo sia casuale che Freud apporti una così significativa modifica alle proprie teorie alla matura età di 64 anni (Al di là del principio di piacere è del 1920).

Affresco, Cimitero di Pisa

Affresco, Cimitero di Pisa

Ma torno alle più banali vacanze di un cinquantaduenne con la sua famiglia. Durante il viaggio d’andata ho ricevuto la notizia della morte della madre di un mio amico.  Giunti a destinazione, la meta si è rivelata non proprio corrispondente alle nostre forse impossibili attese e di una isolata ed inquietante quiete.  Alla gioia per l’atmosfera spensierata delle ferie, al piacere di essere finalmente insieme,  senza obblighi ed impegni e di poter godere il mare (Thierry natante) splendidi paesaggi e tesori d’arte faceva da contrappunto una latente tensione che ci induceva a sempre più inquiete escursioni. Non senza titubanze abbiamo lasciato anzitempo la nostra provvisoria dimora ed abbiamo cercato più partecipato quanto improbabile rifugio in alcune città d’arte. Da tempo non tornavo a Pisa, Lucca Firenze e la loro bellezza, la geniale creatività dei loro artisti mi ha ancor più affascinato e profondamente  commosso. E tuttavia il tarlo della  caducità si insinuava in me come nel poeta dell’omonimo scritto freudiano. Per scacciare l’inquietudine ho lasciato da parte i più blasonati titoli di Recalcati che avevo portato con me e mi sono buttato su un apparente giallo da tempo scaricato e da altrettanto tempo dimenticato sull’iPhone. Ho iniziato a leggerlo rimuovendone il titolo, in vero più che onesto nella sua corrispondenza al contenuto:  ” L’uomo inquieto ” (dello svedese Henning Mankell, Marsilio Ed.) Non ho troppo badato all’avvio “La storia inizia con un accesso d’ira”. Preso dalla vicenda spionistica, ho cominciato a conoscere e a amare i tratti del vero protagonista, il sessantenne commissario  Kurt Wallander dimentico di sè stesso alla ricerca della verità. Amareggiato da un passato in cui ci sono poche gioie da ricordare e angosciato da un futuro su cui incombono la morte e prima ancora la vecchiaia, lavora troppo, mangia troppo, beve troppo e si cura invece troppo poco del proprio diabete. Dietro la guerra fredda, lo spionaggio russo-americano, l’assassinio di Olaf Palme ed altro ancora, ho percepito la dolente umanità di un uomo amareggiato da una vita combattuta con coraggio senza successo, accompagnato ora dal suo  cane Jussi, consolato e spronato dal brusco affetto della figlia Linda e della neonata nipotina Klara che si apre alla vita mentre la sua si sta esaurendo. Nel giorno stesso in cui ho terminato il romanzo ho ricevuto la notizia della morte di un mio caro amico da tempo purtroppo in lotta con un’insidiosa malattia.

Crocifisso di Giotto, S. Maria Novella, Firenze

Crocifisso di Giotto, S. Maria Novella, Firenze

Sostenuto dalla comprensione della mia famiglia sono rientrato a Lograto e ho portato un ultimo saluto a lui ed un abbraccio alla sua addolorata famiglia.  Ho pianto la sua semplice genialità, la sua instancabile ironia, il suo convinto e convincente, onesto, esemplare, intelligente e generoso impegno amministrativo e politico al servizio della comunità e soprattutto dei più umili, la sua amarezza talvolta angosciata degli ultimi mesi per una malattia che l’aveva progressivamente privato di uno dei suoi più migliori doni: una parola calzante quanto lucido era il suo spirito. Ho pianto insieme le mie paure e la mia inquietudine, insinuate tra le mille gioie che ogni giorno ricevo in regalo. Ho avuto la convincente illusione di condividere il dolore del lutto con un’intera comunità che ho sentito per un momento ancora mia. I tanti preti che hanno concelebrato hanno ribadito, fin troppo baldanzosamente, la speranza nella vita eterna. Non amo i proclami, tanto meno nell’ora del dolore, ma è inutile negare che alberga in noi se non un’esigenza di eternità almeno un desiderio di partecipata memoria. Freud ci ammonisce che “questa esigenza di  eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà” e constata che opera costantemente in noi una “ribellione psichica contro il lutto” Ecco, sarà questa ribellione che mi porta contro tutto a nutrire una speranza nel domani.  Inquieta, perché – come dicono i versi di Charles Péguy – “quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione”. “Ma è sperare che è difficile”. Vorrei tenere una ” piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa speranza bambina. Immortale” (Il portico del mistero della seconda virtù, Charles Péguy ).

Giuliano Castigliego