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Le sorelle soffici

Piepaolo Vettori – Le sorelle soffici

Elogio della fuga: la scelta di non esserci delle sorelle Soffici

Quanti di noi si lamentano di non riuscire più a stupirsi? Ebbene, qualche giorno fa ho finito di leggere un libro che mi ha stupita. Per due motivi.

Il primo: vista la copertina deliziosa e il titolo “Le Sorelle Soffici” (Elliot edizioni), mi aspettavo un libro con leziose descrizioni di tea time, gonnelline e guantini dal sapore un po’ proustiano e retrò, invece niente di tutto questo: leggendo sono  entrata nell’assurdo, stravagante, pauroso e allo stesso tempo dolce delirio di una schizofrenica!
Una scrittura  elegante e fatta di immagini e simboli potenti mi ha trasportata nel regno di Carroll e di “Alice nel paese delle meraviglie”, sono stata presa per mano con delicatezza e fatta entrare in un circo felliniano, dove mi aspettava uno zio un po’ strambo, un outsider di quelli che mi piacciono, un escluso, uno di quelli che li togli dai ritratti di famiglia.
A tratti ho avvertito come un pugno le fantasie violente di Veronica, a tratti mi sono commossa  per la sua sciccheria sessuofobica: “è volgare  mangiare la crema in pubblico”!
La voce narrante del libro è  quindi Veronica Soffici, un’adolescente che nel periodo di mani pulite aveva la mia stessa età. Piena adolescenza. Un momento in cui o esci dal mondo magico per entrare nel principio di realtà freudiano, o resti fuori, condannato dalla tua diversità sognante. Il mondo magico è quello stesso di cui parla l‘antropologo De Martino quando analizza i rituali religiosi del sud, il mondo magico è quello dei bambini quando giocano. Magica diventa una tazzina da caffè usata come telefono, come magico è il mondo onirico di ognuno di noi e quello Reale in cui vive uno schizofrenico. La psicologia  fenomenologica di Binswanger ci consiglia di entrare in un delirio comprendendone la storia, il senso esistenziale del singolo. Questa storia di Veronica e Cecilia Soffici non la si legge come un caso clinico, neppure se si è una psicologa come me, ma ci si chiede quanta poesia c’è in un delirio schizofrenico. La risposta, graziè a Vettori è: tanta!
Mentre Mani Pulite io l’ho vissuta con coscienza e quasi esaltazione, perché nella mia testina ingenua presagiva  una nuova era di onestà, Veronica Soffici e sua sorella  Cecilia, il suo doppio, vivono mani pulite dall’interno di una famiglia che è strettamente legata alle indagini di Di Pietro, poiché coinvolta in giri di mazzette e malaffare. Veronica e sua sorella non sono integrate nella famiglia, adorano la marmellata, le bambole, il tè e i  libri. A mio avviso hanno scelto consapevolmente di non esserci, di non imparentarsi con tutto il resto. In un certo senso hanno deciso di sparire.
Possono due delicate fanciulle che parlano con i personaggi dei romanzi e che scrivono lettere agli scrittori defunti resistere al mondo, alla catastrofe delle indagini giudiziarie e alla decadenza della loro famiglia? Lo scopriremo leggendo.

Il secondo motivo di stupore a cui ho accennato, è arrivato nel post lettura, allorquando, parlando con l’autore del libro Pierpaolo Vettori, egli ha citato il Daimon ovvero proprio quel concetto di cui ho scritto ultimamente qui su unonove. Jung direbbe sincronicità! Anche perchè lo stesso Vettori, pochi giorni prima di parlare con me, aveva comperato il testo di jung.
Gli incontri avvengono per caso o per affinità goethiane che viaggiano per altri lidi oltre quelli della mera causa-effetto?


A questa e altre domande risponderà lo stesso Vettori:


B.C.: Tu mi hai parlato di Daimon come  agente della tua scrittura; per scrivere di schizofrenia e descrivere così poeticamente dei deliri bisogna  avere una sensibilità alla Chirone, lo zoppo che educava gli eroi. Tu come vivi questo demone? Come è nata l’esigenza di parlare di questo argomento?

P.V.: Come ti dicevo durante la nostra conversazione, vengo trascinato in qualche modo verso i temi di cui scrivo da una forza che abbiamo definito demone e che influenza tutta la mia sfera vitale, non solo quella “artistica”. Mi sono sempre sentito “zoppo”, non padrone della mia vita. Il mio è il tipico caso di chi desidera ottenere un risultato mentre si muove per realizzare tutto l’opposto. Il demone ti trascina e ti usa per i suoi scopi che spesso non coincidono con i tuoi. Bisogna imparare a conoscere chi ti abita e cercare di seguirlo, altrimenti ne vieni trascinato con risultati deleteri. Anche dal punto di vista della salute purtroppo.

B.C.: Una ferita può essere quindi una feritoia che ti apre verso un mondo interno, la scrittura è terapia ?

P.V.: È difficile per me rispondere a questa domanda. Dopo anni di terapia ancora non sono convinto di quale sia stata la molla che mi ha spinto verso il miglioramento. Di sicuro, scrivere e leggere quello che ho scritto in qualche modo mi fa stare meglio. È come se, tra le righe, ci fosse una piccola formula magica che non so individuare ma che per me funziona. La mia speranza è che possa essere significativa anche per altre persone.

B.C.: Parliamo del tema del doppio. Tu l’hai affrontato con Veronica  e sua sorella…

P.V.: La nostra vita non è sufficiente. Abbiamo bisogno di altro e di più. Sentiamo di essere migliori di noi stessi. Più intensi, nel bene ma anche nel male. Leggere un libro è un sortilegio che ci consente di vivere più vite, immedesimandoci nei protagonisti delle storie. “Diventando” letteralmente i personaggi che ci affascinano. Il doppio è una difesa e al tempo stesso un proclama verso il mondo. Io non mi esaurisco in questo corpo e in questa personalità che vedete e conoscete. Io sono altro. Sono di più.

B.C.: Impazzire, andare in un altra dimensione è un meccanismo di difesa,  una scelta per legittima difesa? Può avere dignità questa scelta, come fosse un’eutanasia consapevole?

P.V.: Io credo di sì. È un argomento delicatissimo, ma penso che Veronica non abbia altre possibilità di vincere la propria partita contro un mondo che non può sconfiggere se non quella di affidarsi totalmente alla sua risorsa maggiore, che è l’immaginazione. Nel suo caso è una fantasia quasi sciamanica che le consente di intuire le qualità o le minacce di chi le sta accanto e anche di isolarsi totalmente. Con un alleato del genere, Veronica è intoccabile. La sua fuga finale può essere intesa come una morte ma anche come una definitiva rinascita in un mondo più accettabile per lei.

B.C.: Abbiamo parlato di Guy Debord e della società dello spettacolo al telefono. Solo i personaggi di un libro ne sono coinvolti o lo scrittore stesso? Il lettore stesso? Siamo in un sistema da cui non di può scappare?

P.V.: La società dello spettacolo è un libro profetico. Un libro-mondo nel quale noi viviamo come allegri reclusi. Non è possibile uscire dalla spettacolarizzazione della realtà. Anche chi se ne dichiara nemico ne fa parte perché viene ripreso, citato, discusso, filmato, etc…
L’unica via d’uscita che attualmente riesco ad intravedere è un atteggiamento di tipo ascetico. Di totale rifiuto della visibilità. Forse, al di sotto del rumore mediatico, c’è ancora uno spazio verde nel quale le cose semplicemente “sono”. Il problema è che i vantaggi della società dello spettacolo sono molto allettanti. Ti viene dato molto per poterti sottrarre l’essenziale. Questa via monacale, di totale rifiuto della visibilità, è una via difficile e coraggiosa. Ci vuole la forza morale di Veronica per poterla intraprendere.

Recensione di Barbara Collevecchio


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