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La seconda India

Laura Bocci – La seconda India

Presentazione del romanzo di Laura Bocci

(con Francesca Koch, Lidia Ravera, Giuliano Castigliego alla Casa Internazionale delle Donne l’11 ottobre 2012)

Ringrazio la Prof. Bocci, Laura, che mi ha invitato, la Casa internazionale delle donne che ci ospita e tutti voi presenti. Facilmente assodato che non sono certo le mie competenze letterarie – che non ho – a giustificare la mia presenza qui, rimangono quelle di psichiatra/psicoterapeuta ad indirizzo analitico – ove peraltro non è chiaro se sia l’aggettivo a renedere più sopportabile il sostantivo o viceversa.

In effetti il romanzo di Laura è permeato di psicoterapia e psicanalisi. Non solo nel senso che il protagonista, Giuliano, “si prende(va) spesso un tempo per sé,… anche  per riflettere sulla propria storia, sul proprio malessere” e sottopone le proprie vicende interiori ad un’incessante analisi che esprime in considerazioni personali ma anche nelle sue conversazioni soprattutto con la sorella, non a caso psicoterapeuta lacaniana, cui è molto legato, e con il suo (del protagonista) migliore amico, Giuseppe medico. Personaggi questi ultimi due le cui storie si intrecceranno, come pure accade nei non sempre facili rapporti tra medicina/psichiatria e psicoterapia. Il romanzo ha dunque anche carattere finemente psicologico, anzi psicodinamico nel senso letterale di un paziente, delicato, anzi finissimo ed al tempo stesso leggero, cesellato racconto della dinamica che si svolge nella psiche del protagonista, la cui cifra è proprio quella di una fragile finezza, che lo rende sensibile al più impercettibile movimento psicologico altrui ma al tempo stesso incapace – o sarebbe meglio dire pauroso? –  di entrare, in senso letterale, a farne parte.

Ma La seconda India è un bagno nella psicodinamica e nella psicanalisi anche nel senso che modernamente o post-modernamente Laura mette a disposizione dei lettori le fonti, i materiali, gli strumenti  ritenuti adatti a meglio comprendere il cammino interiore del protagonista. Così accanto a Sigmund (evidentemente Freud), “il lógos maschile” ed a Melanie (evidentemente Klein) “scardinante principio femminile”, noi lettori abbiamo la ventura di incontrare nel nostro viaggio anche un famoso psicanalista contemporaneo Otto Kerrnberg. Credo che sia anzi la prima volta che un trattato psicanalitico, il suo celeberrimo “Relazioni d’amore. Normalità e Patologia”, citatissimo in letteratura psicanalitica, ha l’onore di trovarsi in un romanzo. Ma il caso vuole che nel romanzo di Laura il trattato psicanalitico, rimasto a lungo “a decantare” sul comodino di Giuliano, dopo aver rivelato a lui ed a noi lettori, i passi interessanti “gli si sfilò dalla mano e rotolò a terra, rovesciando la brocca posata sul pavimento, accanto al letto. Così, tutta la psicoanalisi venne lavata via da una semplice caraffa d’acqua per la notte”. Lo stesso si può dire del romanzo nel senso che le fondate conoscenze psicanalitiche che si percepiscono rimangono sotto traccia, contribuiscono a formare l’ordito, o,  se vogliamo rimanere in tema idrogeologico, costituiscono una sorta di essenziale fiume carsico che alimenta il percorso narrativo ma solo di tanto in tanto riaffiora direttamente in superficie. Quella che si dipana davanti ai nostri occhi è la storia di un’anima, quella di Giuliano, il cui equipaggio, di fronte alla bella e famosa scrittrice Anuja, fa irruzione sul suo viso.

Ma La Seconda India è anche la storia dei viaggi che sono necessari a quell’anima per salire sul viso di Giuliano e pure per scendere a rendere vitale quel suo organo sessuale che si ritrae davanti al rapporto.  È proprio in questi viaggi, o meglio nei soggiorni che fanno seguito a questi viaggi, che si realizzano i faticosi passi che conducono Giuliano a divenire un uomo vero, più che un vero uomo. È nel suo primo viaggio dall’Italia in Inghilterra e nel suo protratto soggiorno londinese che Giuliano si innamora di “Pushba…l’origine, l’originario, la donna come dio l’aveva fatta e messa sulla terra… che aveva almeno il doppio dei suoi anni.” È in India, dove Giuliano si reca più o meno consciamente alla ricerca dell’origine, del primordiale, che Giuliano si innamora della bella e famosa scrittrice Anuja. È nel viaggio con gli altri personaggi attraverso l’India, i suoi misteri e le sue contraddizioni, che il sogno di Giuliano arriva ad un passo dal compimento ed insieme svanisce. È ancora nell’ossessivo, disperato va e vieni in bicicletta tra la propria abitazione e quella di Anuja in una caotica quanto inquinata Calcutta che Giuliano imparerà a riconoscere l’illusione della propria autosufficienza, ad ammettere la propria dipendenza, e riuscirà a vincere la lotta con quelle proiezioni amorose che gli impedivano di incontrare la donna se non come recipiente delle proprie aspettative. E solo allora, al culmine del dolore psichico e fisico, potrà lasciar accadere qualcosa ed incontrare davvero qualcuno, la bella assistente universitaria tedesca Johanna, e questo accadimento e questo incontro lo porteranno a guarigione. Chi non si augurerebbe simile terapia?  Verrebbe quasi da chiedersi cosa potrebbero fare di meglio quelle persone che, come scrive Laura, “praticano la terapia della parola, e che a volte sono – o almeno sembrano essere, ma la differenza dov’è? – tanto più patologiche dei loro stessi pazienti…” ? Queste stesse persone riassumerebbero forse il percorso di Giuliano così: partito da una condizione di narcisismo in cui riusciva a relazionarsi solo con se stesso, comincia – molto lentamente invero – a sviluppare una relazione oggettuale, dapprima con le proprie proiezioni di donna ed infine con una donna vera, da cui riesce finalmente ad accettare l’aiuto per vivere ed amare. E queste stesse persone discuterebbero a lungo, forse all’infinito se all’origine dell’ “impotenza ante portas” di Giuliano vi sia un’ angoscia di castrazione – e qui è d’obbligo il riferimento all’uomo della sabbia hoffmanniano, o invece l’attaccamento morboso, la “fissazione incestuosa” alla madre o per far contenti tutti – siamo ben in Italia –  l’ ” agire perverso dei due genitori insieme”.

Per fortuna a raccontar la storia di Giuliano non sono però queste persone ma è Laura, che racconta “ciò che è stato e ciò che non è stato”, consapevole che “tutto questo dipende anche dalla micidiale concatenazione delle casualità umane, delle coincidenze, che sono eventi inattesi per tutti che invece avvengono”. È sempre Laura  che per Giuliano  invita a recitare, anche se col beneficio del dubbio, questa bellissima ed insieme terribile preghiera “Oh Mother India! ….appoggialo neonato e nudo per terra davanti a un tempio dove si adori un cane, un topo, o una scimmia, e lascialo lì, che se la cavi, allevato da lupi e pantere, sempre meno feroci di un padre e di una madre veri”. Ed è sempre Laura che a Giuliano dà un corpo, una lingua, un abbigliamento, un comportamento ed un carttere che ce lo fanno amare nelle sua “indole gentile e sensibile”, nella sua cultura aperta e mai imposta, ed anche con la sua infantile ingenuità, la sua impenetrabile permalosità, la sua gentile testardaggine. Vedendolo e sentendolo così, con quella sua “mezza aria insieme interrogativa e spaurita, hilflos”, come dice Johanna, si può ben capire perchè le donne se lo contendano, anche se non proprio con grande successo. Ma non c’è solo questo. Giuliano è anche quel maschio moderno o post-moderno – ma con un nucleo antico – che siamo, chi più, chi meno, tutti noi. Quello che, non vuole e comunque non può più accettare il mito e la retorica della forza, della potenza, del dominio, avendone riconosciuto le illusioni ed i disastri. Anzi Giuliano, ci dice Laura in conclusione, “non aveva mai imparato, da uomo, a dominare, come sarebbe stato nell’ordine delle cose umane più consuete e come era sempre stato”. Ma Giuliano è anche quell’uomo che, per lo stesso motivo, ha paura del proprio desiderio. Paura di soddisfarlo, ma ancor prima di riconoscerlo, di ammettere la propria dipendenza dall’altro/a, di riconoscere e superare l’illusione dell’autosufficienza.

Non è certo un caso che per arrivare a realizzare il proprio desiderio Giuliano passi attraverso il dolore, psichico e fisico. Perché, come dice Rilke nello splendido passo di una sua lettera a Kappus, “le nostre tristezze sono gli attimi nei quali il nuovo, qualcosa di sconosciuto, è entrato in noi” e dunque “più silenziosi, pazienti ed aperti siamo da tristi, più profondamente e saldamente entra il nuovo in noi, meglio lo acquisiamo e maggiormente esso sarà il nostro destino”. Giuliano sembra averlo intuito ed aver accettato “di arrendersi anche a questo, a ciò che forse stava per accadere, come negli ultimi anni si era arreso all’amore e al dolore”, di “imparare a subire”. Solo così in “una specie di cura omeopatica della psiche, che alleviasse il dolore con il dolore” e “in un’assenza momentanea e sporadica dalla scena presente”, “lui aveva potuto permettersi il desiderio, e la sua realizzazione”.

Intervento di Giuliano Castigliego


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