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La psichiatria tra riso, tristezza e sorriso

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Il profondo intervento di Sarantis Thanopulos, su  Psychiatry Online italia   “Gli psichiatri non sanno  ridere ” fonde due temi (enormi) certo connessi ma non sovrapponibili. Da una parte l’eterno problema del metodo e dell’identità  psichiatrica dall’altro la non meno infinita questione della creatività. Attribuire lo “smarrimento d’identità” della psichiatria attuale alla “rescissione temeraria del suo legame con la psicoanalisi e la fenomenologia” – operato da chi è quando? – suscita, se mi posso permettere per rimanere in tema, un bonario sorriso, se consideriamo che la nostra disciplina nei suoi ingarbugliati legami con le sue radici biologiche, sociali e psico-culturali, una propria identità la cerca da quando è nata. E ritrovamenti miracolosi della stessa non sembrano neppure in vista. Direi piuttosto che la psichiatria perde spessore quando si appiattisce su una di queste componenti, come periodicamente è accaduto e temo ancora accadrà. A seconda dei gusti si può poi deprecare di più la deriva sociale, analitica, biologica, ma di appiattimento sempre si tratta. E da psichiatra/psicoterapeuta ad indirizzo analitico non posso ad es. che ringraziare le neuroscienze per aver dato una scossa ad un dibattito analitico allora ingrigito ed impigrito. Cortesia che l’analisi restituisce alla neurobiologia apportandole profondità e la ricerca psicologica  a quella sociologica e così via. In uno scambio che non è armoniosa fusione di certezze precostituite ma dinamico confronto/scontro critico di saperi, istanze, parti diverse di noi. Il filo conduttore comune è allora tutt’al più quello della riflessione critica, per sua natura triste. Un velo di tristezza (Schelling) avvolge il pensiero umano ma lo rende anche possibile stimolandolo a superare tale pesantezza d’animo (Schwermut), come illustra Steiner nel suo splendido “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero”. È così nella scienza come nell’esperienza dolorosa e creativa insieme del rapporto terapeutico, ed anche nell’esperienza artistica (Jaspers). Il ché non esclude affatto l’accesso alla libertà del gioco e al riso. E ancor più al sorriso, quello di chi cerca di accogliere, con la gentile consapevolezza della sofferenza altrui e dei propri limiti, chi gli sta davanti.