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Il prefetto, il parroco ed i social media

Non voglio infierire sul prefetto di Napoli, anzi S. E., Sig. dott De Martino, quell’esimio rappresentante istituzionale che ha arrogantemente svillaneggiato Don Maurizio Patriciello per aver quest’ultimo chiamato “signora” e non invece correttamente Signor/a Prefetto la Dott.ssa Pagano, per l’appunto prefetto di Caserta. Hanno già provveduto i giornali, i lettori ed i social media e – spero – il superiore del Dott. De Martino, con toni, mi auguro, più civili e consoni ad istituzioni democratiche.

L’episodio è davvero, come twitta Severgnini, una parabola dell’Italia. Molto triste però, perchè sintomatica non solo dell’aggressività ed arroganza delle istituzioni italiane, ma anche dell’inconscio sessismo circolante pure tra il clero e della doppia morale che è arrivata ora anche ai social media.

La scena filmata trasmette realisticamente, con il suo parlato ma anche con gli aspetti non-verbali (le figure istituzionali tutte sedute al “loro” tavolo, il prete  in piedi a mendicare quasi l’attenzione delle cariche istituzionali), il rapporto squilibrato, per non dire autoritario, arbitrario e spesso arrogante che ancora regna nelle istituzioni pubbliche italiane, in particolare – ma qui posso sbagliarmi ed accetto volentieri repliche – al Sud. Dovrei più correttamente dire tra le persone che tali cariche ricoprono. Ma come tutti sappiamo, l’atteggiamento mentale ed emotivo dei superiori, se perpetuato per decenni, se non per secoli, condiziona l’atmosfera ed il carattere stesso delle istituzioni, rendendole al servizio dei potenti anziché dei cittadini. Se un prefetto della Stato italiano nell’ambito di una cerimonia pubblica può permettersi di trattare un parroco come un ragazzino maleducato  – e Sua Eminenza Mons. Fisichella sul Corriere di un paio di anni fa di redarguire uno scrittore e critico di fama mondiale, Claudio Magris, come uno studentello indisciplinato – riesce purtroppo assai facile capire come i politici nazionali e regionali si facciano beffe delle leggi e dei cittadini, la polizia possa manganellare studenti minorenni che protestano, e cittadini detenuti nelle carceri possano essere pestati a morte. (Vd. anche http://www.umanamenteonline.it/al-posto-del-padre/ ).

Ma il parroco che, nella confusione e nel comprensibile imbarazzo del momento, si dimentica non solo il nome, ma anche la carica e soprattutto il titolo di studio di competenza del prefetto, rifugiandosi nel generico signora, dice molto non solo del suo inconscio ma anche di quello di tanti suoi confratelli ed italiani in genere, per i quali, come nota anche Paolo Di Stefano sul Corriere,  i maschi possono essere dottori, professori, presidenti, ma le donne rimangono sempre signore. Io mi spingerei invero ad ipotizzare che Don Patriciello abbia usato il termine “Signora” con quel reverenziale rispetto – comprendente anche un briciolo di timore – con cui la madre di Lucia si siferisce, nei Promessi Sposi, alla monaca di Monza, “la Signora” appunto, una donna quasi innominabile, dal cui imperscrutabile potere, arbitrio e “benevolenza” tutto dipende per coloro che stanno dall’altra parte della storia. Se anche così fosse – e non ho certo mezzi per verificarlo – sarebbe un’ulteriore conferma dell’autoritaria mentalità istituzionale che inconsciamente permea anche chi la subisce. Va comunque riconosciuto a Don Patriciello di aver dato prova di uno spirito di mansuetudine davvero evangelico. Anzichè pretendere, come cittadino e come prete, il dovuto rispetto, ha porto l’altra guancia, si è scusato e riscusato, disorientando così il prefetto che, più il parroco si scusava, più perdeva le staffe.

Non si può infine non notare l’omissione delle altre cariche istituzionali. Non dico il prefetto di Caserta, la Dott.ssa Pagano, che immagino sia stata troppo coinvolta per intervenire. Ma nessun altro rappresentante istituzionale si è sentito in dovere di rispondere per le rime al Dott. De Martino, invitandolo a moderare i toni. La solidarietà si è dimostrata ancora una volta come complicità tra le cariche istituzionali anche a costo di lasciar svillaneggiare un cittadino, per di più un prete che si impegna contro il degrado ambientale. Nessuna nota istituzionale, che io sappia, è stata emanata per biasimare in toni civili i toni poco civili del prefetto. In consonanza con la doppia morale tipicamente italiana, immagino che tutti i rappresentanti istituzionali abbiano approvato di fronte al Dott. De Martino la sua requisitoria, salvo poi darsi di gomito appena girato l’angolo e commiserare il povero parroco. Ma la doppia morale si intrufola anche nel nostro agito sui social media. Se da una parte la pubblicazione online del filmato consente la conoscenza e la riflessione e rende quindi possibile il cambiamento, l’agguato dell’onda emotiva, sotto forma di facile moralismo, è sempre presente. Con il senno di poi ed il sostegno del gruppo digitale, tutti ci sentiamo novelli Soloni e sentenziamo aspramente su quello che forse in quella stessa circostanza non saremmo riusciti neanche timidamente a criticare.

Forse quella scena dovremmo tenercela in memoria nella cineteca di casa. Dice molto non solo delle istituzioni italiane ma di tutti noi. Schiacciati tra i modelli autoritari del passato ed il disorientamento e l’insicurezza del presente, siamo tutti, più di quanto vorremmo ammettere, l’intransigente ed intemperante Dott. De Martino e l’arrendevole ed imbarazzato Don Patriciello. Forse è anche per questo che fatichiamo tanto ad essere noi stessi.

Giuliano Castigliego