nav-left cat-right
cat-right

Grida e telefonate

Immagini manzoniane. www.braidense.it

Immagini manzoniane. www.braidense.it

Dopo la Cancellieri tocca anche a Vendola (e poi forse ancora  alla Cancellieri)

L’intercettazione di una conversazione privata svela  che il presidente della regione Puglia si è divertito assai per il “guizzo felino” con cui l’addetto alle relazioni istituzionali dell’Ilva, Archinà, “corre a togliere il microfono o il registratore a un giornalista” (dal comunicato dello stesso Vendola) proprio quando le domande vertevano sugli effetti letali delle emissioni dell’Ilva  a Taranto – particolare quest’ultimo che invece nel comunicato di Vendola manca. “Il governatore, – cito dal corriere.it del 15.11.2013 – dopo le risate del caso, conferma all’addetto alle relazioni istituzionali dell’Ilva che resta a disposizione. «Dica a Riva che il presidente non si è defilato». Sulla risata di Vendola a fronte di tanta felina furbizia (furbizia?) si può proiettare di tutto. Poco tuttavia di encomiabile. Ancor più su quel “il Presidente non si defila” che assomiglia tanto al donabbondiano “sempre pronto all’obbedienza”. La successiva querela sporta da Vendola ai responsabili dell’articolo del Fatto Quotidiano incriminato è assai donrodrighesca, anche se seguita da doverose scuse al giornalista vittima del guizzo felino.

Ma la telefonata di Vendola rivela davvero qualcosa di nuovo dal punto di vista politico ? La posizione di Vendola sul caso Ilva era democristianamente chiara fin da  quando la questione è scoppiata nel lontano agosto del 2012 “Abbiamo bisogno ora di equilibrio e responsabilità: – dichiarava allora Vendola – questo momento difficile merita il massimo spirito di mediazione” http://www.baritoday.it/politica/vendola-ferrante-incontro-ilva.html Una mediazione (tra lavoro e morte?) che neanche il più scaltro dei dorotei, neppure il conte zio (“sedare, sedare”)… Cosa c’è di nuovo rispetto ad allora se non qualche dettaglio, certo di discutibile gusto, sul rapporto tra due potenti o meglio un potente e l’emissario di un altro potente? Il conte zio e il padre provinciale? Ferrer e il vicario di provvisione?
Ci stupiamo che Vendola usi due lingue, come fa Ferrer? una per il popolo, la ggente “Sì signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia….Non iscaperà!” E l’altra invece per i suoi pari “POR ABLANDARLOS” Siamo davvero tanto ingenui da immaginare che nei palazzi del potere sia tutto un arrossir di gote, come quello di Lucia davanti alle domande impertinenti della monaca di Monza? Sappiamo fin troppo bene che non è così. Non solo per la maledetta doppiezza del potere – sempre facile da condannare quando al potere sono gli altri – ma prima ancora per via del “guazzabuglio” che è il cuore umano. Insomma per l’intrinseca ambivalenza dei sentimenti di tutti noi. Se divulgassero le nostre telefonate – o i nostri DM – non avremmo davvero nulla da rimproverarci e/o vergognarci? E non intendo qui i flirt più o meno spinti o eleganti a fronte di reiterate professioni di monogamia al ns. più o meno ufficiale partner. Mi riferisco ad ammiccamenti, compiacenze quanto meno verbali con il potente di turno, insofferenza se non ostilità per le lunghe e noiose regole della democrazia, dispregiativi giudizi sui più deboli, invidia per i più forti e i più fortunati, gelosie, cupidigia di denaro e di potere, insomma tutta la consueta serie dei vizi capitali. E pretendiamo poi che la privata conversazione tra potenti sia come un’omelia di Fra’ Cristoforo? Crediamo ancora, nella nostra società  secolarizzata, post freudiana e postmoderna, all’etica della purezza ed innocenza delle buone intenzioni? Non ci credeva già più quasi duecento anni fa il più che cattolico Manzoni, che delle ambivalenze del cuore e dei suoi difficili rapporti con la ragione, dei singoli e delle masse, intesse, con tanto sommessa quanto efficace ironia, tutto il suo romanzo – a proposito, a partire dal 23 Novembre sarà possibile rileggere e “riscrivere” il romanzo su Twitter con #TwSposi http://twitteratura.it/twsposi-calendario-e-programma/

Non a caso i personaggi de “I promessi sposi” son tanto più riusciti quanto più rivelano le loro ambivalenze: da  Renzo che ha in cuor suo ucciso e fatto resuscitare almeno cento volte Don Rodrigo, alla buona e furba Agnese, al sarto, generoso e narciso insieme, che non si perdona il suo insulso “si figuri” al Cardinal Borromeo, a Don Abbondio che cavalca la testarda mula della paura e non riesce a giungere al nobile destriero del coraggio.  Persino Lucia, nella sua rigida, sessuofobica, morale cattolica, la più nevrotica dei personaggi manzoniani, – absit iniuria verbis – anche dopo il voto, pensa ambivalentemente  a non pensare a Renzo.

Se questi son gli eroi di un romanzo, possiamo davvero pretendere la purezza di cuore dai nostri tutt’altro che eroici e quanto mai reali politici? Certo potremmo emanare nuove grida, un codice deontologico del colloquio telefonico tra utenti VIP con potenziale conflitto di interessi e poi discutere negli anni a venire su criteri di applicazione, retroattività, costituzionalità etc, etc, dello stesso. Io mi accontenterei di molto meno. Sarei anzi felice se i politici non potessero rubare la battuta a Fra? Cristoforo “omnia munda mundis”. Perché se alla purezza di Fra Cristoforo si può credere, a quella dei nostri politici di qualsiasi parte sicuramente no. Sarei contento se i politici non potessero scaricare sugli altri ed in particolare sui più deboli le proprie colpe come prova a fare Don Abbondio con Renzo e Lucia davanti al tutt’altro che ingenuo ed indulgente cardinal Federigo. Mi basterebbe che i politici fossero disponibili – o fossero obbligati dalla legge ad esserlo – a dar conto non delle loro altalenanti emozioni e delle loro volubili parole private – ma dei loro comportamenti e delle loro pubbliche scelte, di fronte al parlamento, ad ogni cittadino e se necessario anche ai magistrati. Le giacobine richieste di dimissioni senza accertamento dei fatti sono, a mio sommesso avviso, parenti strette delle arcaiche e manichee grida della folla durante la sommossa di Milano. Ben più maturo il percorso di Renzo, che, vittima di ingiustizia, combatte nei limiti della legge, per farsi giustizia, accetta la responsabilità delle proprie ingenuità e leggerezze, resiste, non si richiude in sé stesso, lavora in rete, si adatta a nuove circostanze senza arrendersi, e non ha nemmeno paura di confrontarsi con sé stesso e con le proprie ambivalenze.
Ah, se tutti i Renzo – e sottolineo RenzO – che sono in noi, si facessero sentire, non avremmo forse bisogno dei vari Ferrer…

Giuliano Castigliego