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Crisi e disturbi psichici

poevertà

Crisi economica, povertà, disoccupazione, disturbi psichici

Quando l’epidemiologia ci aiuta a capire la realtà – ed il significato  del  1° Maggio

È  la povertà a far aumentare i disturbi psichici o sono questi ultimi a far scivolare le persone che ne sono affette in una condizione di indigenza?  La disoccupazione provoca un aumento, diretto od indiretto, del tasso di mortalità? Non sono proprio domande da prima pagina. Le nostre emozioni ci portano più facilmente a domandarci cosa aveva in mente Preiti quando stava sparando ai carabinieri e/o perchè l’ha fatto. Il rischio di simili interrogativi è (può essere) tuttavia, soprattutto in un sistema politico-mediatico come quello italiano, di condurre alle banalità, accuse gratuite e nefandezze giornalistiche degli ultimi giorni. Vi ha dedicato parole di fuoco Roberto  Cotroneo  . Le astratte domande di cui sopra sono (possono essere) invece lo stimolo per studi e ricerche utili per capire le conseguenze sociali e psicologiche della crisi e riflettere sul tema della tensione e della violenza sociale.

Mi inoltro allora nel terreno solo apparentemente arido ed a me poco familiare degli studi epidemiologici sulla relazione tra condizioni sociali e disturbi psichici. Sono ricerche, come di sa, complesse, che devono tener conto di mille variabili. Forniscono dati utili per capire meglio i fenomeni sociali e psicologici o le nostre tendenze interpretative, come gli studi citati da Barbara  Collevecchio ,  ma non conducono a certezze matematiche. Portano stimoli su cui riflettere,  dati a favore di una o dell’altra delle diverse ipotesi interpretative, ma spesso sono contrastanti e lasciano aperte più spiegazioni.  Ma forse sono importanti anche per questo. Per evitare semplificazioni e gratuite attribuzioni di colpevolezza. Ci aiutano invece ad abituarci alla complessità della realtà, che è poi anche il riflesso del guazzabuglio del cuore umano.

Qualche risultato preliminare per cominciare il nostro viaggio, che si preannuncia – e me ne scuso fin d’ora – lungo, faticoso ed a tratti magari anche noioso. È stato documentato che “persone che vivono in povertà presentano un  maggior rischio di disturbi mentali rispetto a quelle che vivono in condizioni economicamente stabili. La loro vita e più stressante. Sono sia  testimoni che vittime di più frequenti episodi di violenza e di trauma rispetto a quelle che vivono in condizioni migliori. Presentano inoltre un maggior rischio di andar incontro ad un cattivo stato di salute generale e di malnutrizione. Ma è vero anche l’inverso: quando le persone hanno disturbi psichici presentano un aumentato rischio di diventare o di rimanere poveri. Hanno maggiori costi sanitari, incontrano difficoltà ad ottenere o mantenere il lavoro, sono meno produttive sul posto di lavoro, soffrono dello stigma sociale e dell’isolazione legati alla malattia mentale” Atlantic

Ma di cos’ è fatta la povertà? quali i fattori che la costituiscono?

Una delle variabili più studiate è ad esempio la disoccupazione e la sua relazione con l’ aumento della mortalità. Tale correlazione è indagata fin dagli studi sugli effetti della grande depressione degli anni venti del secolo scorso negli U.S.A. L’aumento di mortalità sembra nel frattempo statisticamente provato ma rimane aperta la questione se il rapporto tra disoccupazione e mortalità sia davvero di causa effetto.

Due  le principali ipotesi formulate al riguardo: l’ipotesi di adattamento (Coping Hypothesis) secondo la quale la disoccupazione provoca cambiamenti sfavorevoli nei comportamenti quotidiani che a loro volta conducono ad un deterioramento dello stato di salute. La seconda ipotesi, quella di una malattia latente preesistente (Latent Sickness Hypothesis), suggerisce invece che l’associazione tra disoccupazione e mortalità sia spuria, falsata cioè dal fatto che un pregresso disturbo latente sarebbe la causa sia della disoccupazione che del peggioramento dello stato di salute. Entrambe le ipotesi si fondano ovviamente su dati statistici. (In estrema sintesi: ripetuti studi hanno ad es. dimostrato che individui con più elevato consumo di fumo, assunzione di alcol e di droghe hanno maggiore probabilità di diventare disoccupati, sostenendo così indirettamente l’ipotesi della malattia latente, supportata anche dal riscontro di migliorati comportamenti “di salute” nei periodi recessivi. Molti altri studi sembrano invece sostenere l’ipotesi di adattamento, dimostrando che il consumo e l’abuso di alcol cresce con la disoccupazione soprattutto tra gli uomini, giovani, con ridotta formazione scolastica, ed involontariamente disoccupati.  Inoltre le persone disoccupate, soprattutto uomini, giovani, aumentano più facilmente il consumo di fumo e di sostanze illecite. Diverse ricerche hanno inoltre dimostrato che le persone disoccupate tendono a assumere stili di alimentazione più poveri che possono determinare obesità o comunque un aumentato indice di massa corporea (BMI), il chè  a sua volta può essere di ostacolo nella ricerca o nel mantenimento di un lavoro).

Fin qui siamo alle ipotesi interpretative, anche se sorrette da dati statistici. Tutto ancora molto astratto. La barba non fatta, i vestiti sempre più logori, la puzza d’alcol o d’altro non si sentono.

Proviamo ad entrare in un’indagine. Un’importante meta-analisi  uno studio cioè che si basa sull’analisi critica di molti altri studi, condotta negli Stati Uniti, che ha esaminato 42 studi con dati provenienti da oltre 20 milioni di persone, dimostra un effettivo aumento di mortalità (per tutte le cause) nelle persone disoccupate e sembra confermare la coping hypothesis. L’aumentato rischio di mortalità nei soggetti disoccupati è risultato essere molto elevato per le persone che si trovano nella parte iniziale e mediana della propria carriera lavorativa (rispettivamente 73 e 77%) e più basso invece per le persone che sono nella parte finale del loro ciclo lavorativo (con un aumento del rischo del “solo” 25%). Il rischio di mortalità risulta inoltre essere decisamente superiore per  per gli uomini rispetto alle donne (78 versus 37%). Qui cominciamo già ad avvertire rischi molto concreti ma, presi dai dati, facciamo ancora fatica a vedere di fronte a noi, il volto dell’uomo disoccupato di mezza età che crolla e non si rialza più.

Avviciniamoci allora al ns. continente, l’Europa. Alcuni studi hanno preso prevalentemente in considerazione la correlazione tra crisi economica ed aumento della mortalità per suicidio od omicidio. In un’  indagine  condotta in 26 paesi dell’Unione Europea tra il 1970 e il 2007 per esaminare la relazione tra tasso di occupazione e mortalità, e valutare l’influenza di differenti tipi di politiche sanitarie, è stato riscontrato che ogni aumento dell’1% nella disoccupazione era associato ad un aumento del tasso di suicidi dello 0,79% in persone sotto i 65 anni (con l’eccezione peraltro di alcuni paesi) e  pure ad un aumento dello 0,79% degli omicidi. In generale, anche in questo studio le persone giovani sembrano essere più sensibili agli effetti negativi della disoccupazione e della crisi in generale. Un aumento della disoccupazione superiore al 3%  ha un effetto ancora maggiore sul tasso di suicidi così come di morti dovute ad abuso di alcol. È stata al contrario riscontrata  una diminuzione della mortalità dovuta ad incidenti automobilistici dall’1 fino al 39%. L’aumento della disoccupazione non ha invece provocato un aumento dei decessi dovuti ad altre cause di morte e dunque nemmeno un aumento della mortalità in generale. A costo di ripetermi, i risultati degli studi sono più d’una volta contratanti (lo studio europeo sembra appunto contraddire la  relazione disoccupazione-mortalità di quello americano). Le tendenze riscontrate sul tasso di suicidi non valgono per tutti i paesi. Finlandia e Svezia fanno eccezione e, secondo i dati attualmente disponibili anche l’Italia, come ho illustrato in un mio precedente post .  Anche in Grecia, un paese martoriato dalla crisi, gli studi sul tasso dei suicidi sono contraddittori. Nonostante tutti questi limiti qui vediamo già dietro i numeri i fatti di cronaca,  i volti delle persone giovane od anziane che si sono tolte la vita, la disperazione dei loro familiari, la rabbia cieca di chi commette inaccettabili  gesti di violenza.

Ma facciamo ancora un passo avati. Proviamo a domandarci quali interventi possono sono più efficaci in queste situazioni? Nello studio europeo appena citato si è riscontrato  che ciascun incremento di investimento di $ 10 a  persona in programmi di lavoro attivo riduce l’effetto negativo della disoccupazione sul suicidi dello 0,0 38% a dimostrazione del fatto che interventi politico-economici  possono mitigare gli effetti negativi dovuti alla recessione economica.

Qui giungiamo ad un punto centrale del dibattito politico attuale.  Quali sono gli interventi efficaci per far uscire le persone dalla povertà e per aiutarle a combattere e vincere la lotta contro i disturbi psichici che essa si porta dietro? Ce lo dice un recente, prezioso studio pubblicato su The Lancet  che passa in rassegna diversi tipi di interventi avviati in paesi a medio e basso reddito quali Africa, India, Messico, Thailandia Cina ed altri ancora. Gli autori analizzano dapprima i diversi programmi di sviluppo dello stato economico individuale o familiare e ne valutano poi gli effetti in termini di salute mentale facendo in tal modo luce sulle cause che provocano l’interazione negativa tra povertà e malattia mentale.

Come già accennato, secondo l’ipotesi di causalità sociale (social causation hypothesis), le condizioni di povertà incrementano il rischio di disturbi mentali attraverso aumentato stress, esclusione sociale, ridotto capitale sociale, malnutrizione, aumentati rischi ostetrico-ginecologici, violenze e traumi. Secondo invece l’ipotesi della deriva sociale (social drift hypothesis), i soggetti con disturbi mentali avrebbero un aumentato rischio di diventare o rimanere poveri a causa di maggiori spese sanitarie, ridotta produttività, stigmatizzazione, perdita del lavoro e di entrate correlate. L’ipotesi di causalità sociale si applicherebbe soprattutto ai più comuni disturbi mentali quali la depressione, mentre l’ipotesi di deriva sociale sarebbe più adatta a spiegare meglio disturbi quali la schizofrenia ed il ritardo mentale. Si tratta comunque di processi assai complessi che agiscono probabilmente in entrambi le direzioni.

Vediamo ora i risultati dell’ indagine. I programmi che puntano fondamentalmente ad  alleviare la povertà sono “inconcludenti ” e non hanno  grande successo nel ridurre i problemi di salute mentale delle popolazioni osservate. “Programmi di trasferimento di denaro incondizionato non hanno   un significativo effetto sulla salute mentale nè dei bambini nè degli adulti e  gli interventi di micro credito hanno conseguenze anche negative aumentando il livello di stress”. Le cose cambiano quando si prendono invece in considerazione programmi di intervento destinati a migliorare lo stato di salute mentale delle persone  che vivono in povertà.  I tipi di interventi presi in considerazione sono molto diversi,  vanno dalla somministrazione di psicofarmaci, a programmi di riabilitazione in comunità, alla psicoterapia individuale o di gruppo, a trattamenti farmacologici stazionari, a programmi di educazione familiare. Non tutti hanno la stessa efficacia.  Ma la cosa importante riscontrata è  che la situazione finanziaria migliora con con il miglioramento della salute mentale. “I risultati dimostrano una chiara tendenza secondo la quale gli interventi a favore della salute mentale sono associati ad un miglioramento dei risultati economici nei paesi a basso e medio reddito “. Non solo. “Il miglioramento delle condizioni finanziarie va inoltre di pari passo con il miglioramento dei sintomi clinici,  creando  un circolo virtuoso di crescente profitto”. Gli autori deducono quindi che la maggiore disponibilità dei servizi di salute mentale deve essere vista non solo come una questione di salute pubblica e di diritti umani ma anche come un elemento decisivo per lo sviluppo economico internazionale.

Quali sono le conseguenze politiche ed economiche di questi studi? In anni in cui la  grave crisi economica acuisce la già difficile relazione tra povertà e malattia mentale ed induce ad ulteriori tagli di spesa sanitaria, le ricerche dimostrano invece con forza che gli interventi di sostegno alla salute mentale hanno la capacità di interrompere il circolo vizioso di povertà e malattia mentale e possono  determinare chiari benefici economici essendo i costi sanitari ampiamente ripagati dal miglioramento dello stato economico degli individui e delle popolazioni. Un aumento ed un miglioramento della  disponibilità di accesso ai servizi di salute mentale migliora dunque  sia la salute mentale che l’economia.

L’apparentemente arida epidemiologia lascia allora intravvedere, più di tante passionali, faziose, sterili, discussioni di questi giorni,  una speranza concreta in occasione di una festa per un lavoro, che non è solo prestazione d’opera manuale od intellettuale, ma anche e soprattutto  intelligente volontà  di modificare al meglio la realtà.

Giuliano Castigliego