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Il Bambino Indaco

L’ambiguità della maternità nel libro “Il bambino Indaco”

È uscito per Einaudi un libro dal titolo “Il bambino Indaco”, di Marco Franzoso; questa pubblicazione ha suscitato pareri contrastanti e nell’hashtag su Twitter #Ilbambinoindaco molte donne scrivono addirittura di aver paura a leggerlo.

copertina

Il Bambino indaco è un libro di 130 pagine che si legge tutto d’un fiato, scarno nella lingua e con alcuni momenti molto forti. Finito di leggerlo qualcosa ti manca e qualcosa brucia dentro, come se si rimanesse insoddisfatti. Nel mio caso la lettura non può sollevare riflessioni letterarie ma psicologiche. Non sono rimasta perplessa dal fatto che alcune donne temano di leggerlo: il libro infatti narra di una madre fondamentalmente anoressica cui viene predetto che il bambino che partorirà è un bambino speciale. Secondo una teoria New Age, infatti, il bambino indaco ha una particolare sensibilità paranormale e doti di chiaroveggenza. Ma la storia non è incentrata su questo tema, bensì sulla difficoltà portata all’estrema conseguenza di una donna anoressica di diventare davvero madre.
L’anoressia può essere intesa anche come un rifiuto di contaminazione, un blocco della fase orale che impedisce di vivere in modo introiettivo la vita e gli elementi nutritivi che essa ci offre. Introiettare qualcosa è cum-prendere, la comprensione è crescita e sviluppo e un lasciarsi INVADERE dal totalmente Altro. Così, elementi esterni, possono essere digeriti. Una circostanza difficile per una mentalità anoressica che tenta disperatamente di controllare le pulsioni attraverso il controllo del peso, del corpo, con un’estremizzazione della funzione pensiero. Purezza è non farsi contaminare, ma se non ci facciamo contaminare non siamo fecondi, nulla di nuovo può nascere. Vediamo come sviluppa il tema Franzoso, l’autore del libro.
Stravolta dalla gravidanza Isabel infligge al neonato le stesse punizioni e sottrazioni alimentari con cui affama il suo corpo. Sotto gli occhi impotenti di un maschile deprivato della sua possibilità di arginare un femminile malato, si consuma un’odissea della scarnificazione del concetto stesso di maternità, cura e nutrizione. Può una madre affamare un figlio appena nato, mettendone a repentaglio la vita? Può la patologia del singolo prevalere sull’istinto materno?
Il maschile nel libro ne esce fuori mortificato e impotente, tanto che a “risolvere” la situazione drammatica arriva un quarto personaggio, la madre del papà del bimbo, che, incarnando un materno saggio e ancestrale ma di derivazione naturale e archetipica, ferma questa aberrazione con altrettanta violenza.

Chi è il vero protagonista de “Il bambino indaco”? La madre nella sua follia ossessiva, il padre impotente o la nonna deus ex machina?
Di certo non il bambino che è vittima di proiezioni, ossessioni genitoriali e mezzo per descrivere le conseguenze nafaste del complesso materno. Sì, perché a mio avviso il protagonista del libro è il femminile deprivante e schiacciante, vissuto dal padre del bambino come un vero e proprio complesso materno.
Il protagonista è dunque il terrore della Mater Tenebrarum che da sempre ossessiona il maschile, portandolo a creare nella storia miti come quello della terribile Lilith, la prima moglie di Adamo, le Lamie, e poi le streghe.
Nel Bambino indaco il maschile è così impotente e sovrastato dal femminile arcaico che ad esso dà il potere di vita o morte: la madre partorisce, la madre affama, la madre uccide.
Ci chiedevamo: può una madre malata di anoressia arrivare a tanto? Nel racconto del vissuto persecutorio del padre, proiettato dall’autore nel figlio, sì. Il corpo del bambino viene vissuto dalla madre come prosecuzione del proprio, in un delirio ossessivo e negazione totale della generatività. Sappiamo che chi è affetto da anoressia rifiuta il nutrimento come la genitalità compiuta, che è quella capacità di prendersi cura, generare, essere creativi, maturare e crescere. Se io mi rifiuto di vedere il mio corpo rigoglioso e lo mortifico nella deprivazione, come posso essere generativo?
Il romanzo però sviluppa questi temi in modo scarno. La lettura del bambino indaco mi ha subito riportato a quello che considero invece un capolavoro di Lars Von Trier: “Antichrist”.

Nel film il tema centrale è sempre la Mater tenebrarum o terribilis, il femminile arcaico e pericoloso, ma il tema è affrontato con estrema consapevolezza. In Antichrist, film del 2009 scritto e diretto da Lars von Trier, c’è sempre una madre che in un certo qual modo uccide il figlio. Facendo l’amore in modo sfrenato con il marito, ella vede che il bambino si sta buttando dalla finestra ma non lo ferma. Von Trier ci porta in un mondo visionario e archetipico. Dafoe, nei panni dello psichiatra padre del bambino, porta la moglie in montagna, in mezzo alla natura, nel tentativo di iniziare con lei una terapia. In questo vediamo come nel film, rispetto al libro, il maschile tenta con il logos che gli è proprio di curare l’irrazionalità di un femminile depresso. Anche in questo caso, sembra infatti si parli di depressione femminile, come nel libro in cui pare si accenni alla depressione post partum.
Ma riconducendo la moglie nel regno di natura, ella prende ancora più contatto con il lato negativo e terribile dell’archetipo materno. La madre di vita è la natura buona ma sappiamo che la natura può essere anche matrigna. Nel film il maschile viene massacrato nel vero senso della parola in un tentativo di castrazione feroce. Nel libro, invece, il maschile è rappresentato dal bambino/vittima.
Queste due opere culturali, a prescindere dal loro dissimile valore tecnico, ci parlano del medesimo complesso: il terrore dell’uomo nei confronti del lato evirante del femminile. In un momento in cui il maschile è in crisi l’uomo non può non riflettere su questo suo terrore atavico. Trasposto nella vita di tutti i giorni vediamo come il maschio intrappolato nel complesso materno può declinare la sua impotenza in diverse modalità: rimanere in casa fino a tarda età o non riuscire a realizzarsi e a vivere rapporti stabili e genitali con una donna. In molti uomini che non riescono a superare il complesso materno e i loro problemi con il femminile, si può formare reattivamente un atteggiamento rigido di fiera e posticcia mascolinità apparente. In ogni caso il processo di individuazione e sviluppo personale viene castrato.

Consiglio quindi di leggere questo libro e vedere questo film per esplorare il lato ambiguo della maternità, senza paura e preconcetti. Non è facile essere madre, anche l’amore materno ha le sue ambiguità e l’amore soffocante non è che il contraltare di un’aggressività mal celata. Noi donne dobbiamo fare i conti con queste nostre ambiguità di fondo, così come l’uomo deve intraprendere un percorso di autonomia che non castri il femminile e che lo aiuti a non venirne castrato.

Articolo originale di Barbara Collevecchio su unonove.org